Su “Geopedagogia”

Non esiste un’educazione universale. Esiste l’ambizione di una giustizia educativa universale, che è un’altra cosa: significa permettere a ogni bambino di crescere nella propria lingua, nella propria storia, con i propri sogni. Significa riconoscere che i diritti dell’infanzia non si difendono meglio imponendo un modello, ma costruendo, insieme ai popoli, le forme giuste per esprimerli.
Questo blog è il tentativo di raccontare ciò che ho visto, ma anche ciò che ho imparato nel tempo: che l’educazione non è mai neutra, che ogni curriculum, programma, progetto, percorso educativo è un racconto del mondo, che ogni gesto educativo è un gesto politico e affettivo insieme. È un libro fatto di viaggi, ma anche di sguardi. Di errori, ma anche di intuizioni. Di rispetto, più di tutto.
Non scrivo questi post per offrire un metodo. Non ne conosco. E non servirebbe. Credo nello studio dell’antropologia di un popolo, nella psicologia collettiva, nella storia e le storie delle persone. Credo sia fondamentale riconoscere prima di tutto la ricchezza umana che attraverso l’educazione si esprime con forme, modi, sensibilità e possibilità, frutto di una interazione a volte millenaria tra le persone che abitano e animano un contesto, che lo rendono quello che è a prescindere da leaders, presidenti, monarchi e altre figure che, secondo i precetti della geopolitica umana, poco incidono sulla traiettoria pedagogica, di un popolo intero.
Scrivo questi post per condividere una postura: quella di chi, quando entra in un paese, prima ascolta, poi parla. Prima osserva, poi progetta. Prima riconosce l’altro, poi si fa riconoscere. Una postura pedagogica e geopolitica insieme. Perché educare, oggi, significa costruire ponti. Ma senza dimenticare che ogni ponte ha due rive.