L'educazione non può prescindere dall'antropologia dei popoli

Uzbekistan: educazione Mahalla

In Uzbekistan, il cuore pulsante dell’educazione non batte soltanto nelle aule scolastiche. Batte nei cortili, nei vicoli, nelle case aperte delle mahalla.
La mahalla, unità comunitaria pre-statuale, sopravvissuta a imperi, colonizzazioni e modernizzazioni, è il luogo dove il bambino non è mai solo.
Lì, ogni voce conta. Anche quella del piccolo, che viene ascoltato ben prima di saper parlare in maniera articolata.
In queste comunità, il dialogo non è un lusso pedagogico: è un pilastro identitario.
La forma assembleare dell’educazione – fatta di racconti, narrazioni, mediazioni e sguardi collettivi – precede ogni struttura scolastica moderna.
Il bambino impara non solo dalla maestra, ma dalla nonna, dalla vicina, dal venditore del mercato, dal muezzin.
Ogni giorno è un’assemblea. Ogni spazio è aula. Ogni interazione, educazione.

Nel contesto post-sovietico, lo Stato ha cercato di normare, contenere, ridefinire.
Eppure la mahalla ha resistito. È sopravvissuta alle logiche centraliste, ai tentativi di uniformazione.
Non come nostalgia del passato, ma come resistenza culturale.
Nel quotidiano delle scuole dell’infanzia, questa logica comunitaria riemerge sotto traccia.
Quando si fa il “morning assembly”, i bambini si raccolgono in cerchio. Non solo per ricevere istruzioni, ma per partecipare alla vita comune.
Ogni mattina è il tentativo, istintivo e profondo, di ricostruire la mahalla dentro la scuola.
I bambini parlano, ascoltano, votano, raccontano.
Le maestre – spesso formate nella rigidità trasmissiva – imparano, con fatica e meraviglia, a stare in ascolto.
Il potere si decentralizza, si polverizza, si distribuisce.
L’infanzia diventa laboratorio democratico, in un paese che conosce la verticalità del potere.

Questa coralità, questa assemblearità educativa, ha un valore eminentemente geopolitico.
Perché ogni forma educativa riflette un’idea di mondo.
E quella uzbeka, nutrita di Islam, zoroastrismo e comunismo post-sovietico, porta con sé l’idea di comunità che si autogoverna.
In una scuola dell’infanzia, l’assemblea non è solo una tecnica: è la reincarnazione simbolica di un intero sistema sociale.
L’educazione si fa geografia umana, antropologia applicata, diplomazia quotidiana.
E il bambino non è spettatore, ma attore – addestrato fin da piccolo al confronto, alla parola, al conflitto controllato.
Così, la mahalla entra in aula non per folklore, ma per necessità pedagogica e politica.
Dove c’è assemblea, c’è resistenza alla standardizzazione.
Dove c’è dialogo, c’è riconoscimento della complessità.
La scuola dell’infanzia uzbeka, quando riconosce la forza delle sue radici comunitarie, non insegna soltanto: costruisce cittadinanza.
E in un mondo che tende alla disintegrazione, l’antica arte del ritrovarsi in cerchio – ogni mattina – è forse il gesto più sovversivo che possiamo trasmettere ai nostri figli.